Nel dolore… l’incontro. Ovvero, il riscatto della sofferenza

La nostra collaboratrice e amica ha voluto farci dono delle sue impressioni al seguito del quinto incontro sul cammino delle 10 parole che stiamo seguendo in parrocchia. Una bellissima e toccante testimonianza che vi consigliamo di leggere con attenzione. Buona lettura, e buona riflessione.

“Gli incontri più importanti della nostra vita, quelli che lasciano un segno, spesso si fanno nei momenti di maggior confusione e sofferenza, perché questi due stati d’animo ci mettono in crisi e ci obbligano a fermarci e a scavare dentro noi stessi per cercare risposte. Sono questi i momenti che ci avvicinano a Dio. È quello che è accaduto a Giobbe, uomo che la Sacra Scrittura definisce integro e retto, passato alla storia per la sua proverbiale pazienza. E pazienza, Giobbe, ne ebbe veramente tanta.

Egli viveva nell’agiatezza più estrema ma era anche un timorato di Dio, e questo suo rispetto reverenziale verso il Signore si era tradotto in un’esagerata fecondità: aveva, infatti, sette figli e tre figlie che solevano banchettare assieme a turno. Ma tutte le cose belle prima o poi finiscono e Dio un giorno raduna in cielo i suoi angeli tra cui Satàn (il cui nome significa avversario, accusatore), che aveva il compito di girovagare per il mondo e di scovare sotterfugi e imbrogli, ed inizia ad elogiare Giobbe per la sua esemplare condotta. Satàn propone a Dio di mettere alla prova la fede di quest’uomo e in un solo giorno Giobbe perde tutto, bestiame e figli, ma, nonostante questo prorompe in un’esclamazione degna della sua fama: “Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!”. Parole di chi riconosce che nella vita tutto è dono e come tale tutto appartiene a Dio; Giobbe ha quindi il cuore libero dall’attaccamento alle cose e agli affetti e Dio lo fa subito notare a Satàn. Ma quest’ultimo chiede di poterlo colpire direttamente nel corpo e Dio glielo concede a patto che lo risparmi dalla morte. Così Giobbe viene colpito da una piaga pruriginosa dalla testa ai piedi; si accovaccia nella cenere e passa le sue giornate a grattarsi con un coccio. In questa situazione a dir poco penosa verrà abbandonato dalla moglie che lo umilia e deride perché nonostante tutto continua ad essere fedele a Dio e poi dovrà sopportare la visita di tre amici che vedendolo in quelle condizioni prima gli si siedono accanto in silenzio per sette giorni (gli celebrano praticamente il funerale!) e poi iniziano a parlare a sproposito suggerendogli che, per trovarsi in tale situazione, sicuramente qualche offesa a Dio l’ha commessa. A questo punto anche la proverbiale pazienza ha un limite: Giobbe ribatte che in cuor suo sa di non aver commesso colpa di fronte a Dio e, terribilmente addolorato e confuso, prostrato dal “non senso” di quella sofferenza, arriva a maledire il giorno in cui è nato e ad urlare contro il Signore pretendendo delle motivazioni per questa sua condizione miserevole. Finalmente una reazione! E Dio interviene subito ma non con delle risposte bensì con delle domande: “Chi è costui che oscura i miei disegni con parole prive di senno? Io ti farò delle domande e tu insegnami. Dove eri tu quando io fondavo la terra, tracciavo confini tra essa, il cielo e le acque, regolavo le leggi del cielo e creavo ogni sorta di essere vivente prendendomene cura?”

Dio è adirato, umilia Giobbe, lo rimprovera perché ha osato mettersi al suo posto. Lo stesso Giobbe, di conseguenza, ridimensiona la sua sofferenza, riconosce che è nulla di fronte alla maestosità e perfezione dell’universo, che il suo Dio ha sempre provveduto a lui anche nel dolore e mosso da profonda gratitudine prorompe in queste parole: “Comprendo che Tu puoi tutto e che nessun progetto per te è impossibile. Io ti conoscevo per sentito dire ma ora i miei occhi ti hanno veduto”.

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Si ridimensiona Giobbe, comprende che l’onnipotenza di Dio è troppo alta per lui e che la sofferenza, solo se immersa nella sapienza, riesce ad avere un significato.

Quante volte anche noi, di fronte a situazioni incomprensibili di dolore restiamo interdetti e pretendiamo da Dio delle risposte; quante volte,  in avvenimenti che dovrebbero procurarci gioia ci sentiamo oppressi da sentimenti privi di senso quali tristezza, ansia e depressione e brancoliamo nel buio! È successo anche a me. Subito dopo aver partorito il mio primogenito per un anno ho sofferto di depressione post-partum. È stato un anno terribile e difficile in cui non riuscivo nemmeno a guardare mio figlio, e vivevo dilaniata dai sensi di colpa amplificati anche da alcune persone inopportune che mi suggerivano come fare la madre e si stupivano dei miei comportamenti! Di conseguenza quasi ogni giorno pensavo a come mettere fine alla mia inutile vita. Ho rifiutato l’aiuto della medicina perché mi sono detta che non sarei stata autentica; il mio unico aiuto è stato la preghiera. Non ho litigato propriamente con Dio ma mi sono rifugiata in Lui, chiedendogli il perché di questo dolore proprio quando sarei dovuta essere al settimo cielo per la gioia. Con l’ascolto della Parola e nella pace della preghiera Egli ha istruito il mio cuore. Quel figlio era un dono non una proprietà! Piano piano sono uscita da quella situazione di dolore e angoscia e ho iniziato a ringraziare Dio per tutto il bene che aveva compiuto nella mia vita, anche della depressione perché è stato il mezzo per incontrarlo. E Dio, dopo quattro anni, mi ha fatto dono di un altro bimbo, si è fidato nuovamente di me! Perché il Signore ripaga sempre con il centuplo chi si affida a Lui con tutto il cuore, proprio come è avvenuto a Giobbe. E oggi posso anche io esclamare: “Ora i miei occhi ti vedono!”.”

Francesca Caruso

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(fonte foto: http://www.puntofamiglia.net)

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